Si può stabilire come criterio di valutazione di un'opera d'arte il centimetro quadrato, l'esatta misura della superficie di un quadro o di una fotografia? Il SUPERMART proposto dalla galleria ARCH rappresenta una sfida al mercato o è soltanto una provocazione neo-dada?
A dire il vero, come ha scritto Angela Vettese, non esiste un solo mercato dell'arte, ne esistono molti. La segmentazione del mercato è rispecchiata dall'attività delle gallerie, che si rivolgono a una clientela diversa e ben caratterizzata, in base all'età, al ceto, alla cultura e alle motivazioni all'acquisto. Il collezionismo, a ogni modo, è privilegio di pochi, almeno per quanto riguarda le opere degli artisti noti, le cui quotazioni vengono spesso gonfiate grazie a complesse operazioni di marketing. Il circuito dell'arte, gestito attraverso una rete di relazioni fra le principali gallerie, gli spazi espositivi pubblici, gli sponsor e i mediatori resta precluso alla gran parte degli aspiranti frequentatori, si tratti di artisti o di collezionisti.
Le grandi mostre, gli appuntamenti internazionali, i luoghi deputati alla discussione e al confronto propongono opere che il più delle volte risultano estranee ai gusti del pubblico, che utilizzano un linguaggio auto-referenziale, un gergo visuale parallelo a quello della critica specializzata. Si ha così da un lato un ampliamento dell'offerta e della partecipazione all'evento mondano e dall'altro una sostanziale incomunicabilità fra opera d'arte e fruitore, una sorta di schizofrenia fra apprezzamento estetico e quotazione.
Si dirà che anche l'arte, in quanto merce, deve rispettare le logiche del mercato, il gioco della domanda e dell'offerta, la visibilità e la disponibilità dell'oggetto, il suo valore come status symbol. E che la ricerca affannosa del nuovo la avvicina sempre più al sistema della moda. Ma se si perde di vista il fondamento, il valore artistico, quello che si vende è una firma, una certificazione, un attestato di esistenza.
Il disorientamento del pubblico, già perseguito dalle avanguardie, è da tempo un must delle rassegne che contano, il segno distintivo di un'operazione conservatrice e sottilmente reazionaria.
Come s'inserisce il SUPERMART in questo sfavillante e angusto universo di relazioni e speculazioni? In cosa differisce da una banale collettiva, più o meno coerente con un'idea di fondo? E cos'ha di diverso da una fiera, a parte lo spazio e i mezzi finanziari?
Vendere l'arte al centimetro quadro non è solo un escamotage per attirare un pubblico più vasto, la possibilità offerta a nuovi potenziali collezionisti di scoprire e acquistare a buon prezzo opere di giovani artisti. Quella che ARCH propone è prima di tutto un'operazione estetica, l'espressione di un preciso convincimento riguardo alla natura dell'opera d'arte e della sua effettiva fruibilità. Ne è testimonianza l'avvicinamento dell'oggetto all'acquirente, che può non soltanto vederlo, ma toccarlo con mano. L'opera d'arte non è più sacra e inaccessibile, la si può osservare con comodo, sfogliare non solo il catalogo, ma il corpo stesso di un'opera, sia essa quadro o stampa fotografica. Un ritorno alla dimensione dello studio, a quel rapporto diretto con l'oggetto, di cui si possono apprezzare, alla presenza dell'artista, tecnica, stile e materia.
Nel piccolo o grande magazzino dell'arte, pittore e fotografo si mettono in gioco, espongono le loro creazioni al giudizio di un pubblico eterogeneo rinunciando ad aure, diaframmi e birignao. Il centimetro quadro del giudizio induce l'artista a rivedere i conti con se stesso, a riflettere sul potere comunicativo del suo lavoro. L'opera torna a essere il punto di partenza e di arrivo del rapporto con il fruitore. L'adozione del criterio di formato la libera dai veli e permette che venga considerata per quello che è, un oggetto che racchiude un valore simbolico, un modo di pensare l'arte, di vedere il mondo, la frazione di mondo, al tempo stesso esterno e interiore, che l'artista vi racchiude e vi concreta perché al mondo stesso sia poi restituito.
SPAZI ESPOSITIVI:
ARCH ART & JEWELS, Via G. Lanza 91 A - 00184 ROMA
FLEXI Libreria Caffè, Via Clementina 9 - 00184 ROMA
VERNISSAGE: FLEXI Libreria Caffè, Sabato 5 Luglio (18.30)
PERIODO: dal 5 Luglio al 31 Ottobre 2008
I maestri delle periferie desolate.
Gianfranco Botto è nato nel 1963 a Torino; Roberta Bruno è nata nel 1966 a Torino. Vivono e lavorano a Torino.
Protagonista delle opere di Botto & Bruno è il concetto di marginalità, intesa come espressione di disagio giovanile e di degrado urbano e sociale. Le immagini che i due artisti realizzano con video e fotografie sono fondamentalmente anti-realistiche, ottenute dal montaggio di dettagli presi da scenari esistenti, ma modificati e falsificati. Un grande cielo rosso può così sovrastare un paesaggio di periferia urbana, dove personaggi che non mostrano il proprio volto si specchiano in pozze d’acqua che riflettono altre immagini in un continuo gioco di rimandi. Un universo realistico, ma nel contempo inesistente, talmente vero da risultare falso, familiare eppure completamente estraneo e straniante.
Poi sono venuti apparendo personaggi solitari, un inizio possibile di storie di ordinaria condizione umana (infatti si sono aggiunti diaproiezioni, corti video, storyboard filmici con sottofondi di musica). Ma Botto e Bruno non sono interessati a narrazioni psicologiche o a denunce sociali. La loro è una visione esistenziale, una metafora del tempo. Dunque nessuna identificazione di ambienti: sottolineata dalla pratica dei wallpaper, gigantografie che rivestono intere pareti, quasi affreschi del contemporaneo.
l'impegno sociale dell'arte
“Think of my future now” è la frase scritta su un foglio stropicciato di carta che una ragazzina, con il viso coperto dai capelli e dal cappello, straccia. Questo è il momento saliente, finale, dell’ultimo video realizzato da Botto & Bruno, presentato il 20 novembre a Palazzo Strozzi nell’ambito della rassegna video “Cronaca”. Quest’opera è diventato anche lo spot dell’associazione sui diritti dei minori “La Sentinella” ed è proiettato in questo periodo nelle sale cinematografiche. “Pensa al mio futuro ora ” è l’urlo silenzioso del disagio delle periferie, le parole non dette che si leggono negli sguardi dei piccoli abitanti della “Suburbia” contemporanea.
Il lavoro di Gianfranco Botto e Roberta Bruno sulle problematiche dell’alienazione metropolitana – l’anno scorso i due artisti hanno partecipato alla Biennale di Venezia sul tema dell’umanità – s’inserisce in quel filone internazionale di ricerca che coniuga la pratica artistica all’etica e alla denuncia sociale. Anche Documenta di quest’anno – tutta improntata su tematiche sociali e politiche – ha confermato la tendenza di un impegno sempre più incisivo dell’arte in direzione di una riflessione planetare su disagi, sfruttamenti, guerre, povertà
Questo orizzonte nell’arte – in realtà già inaugurato a piene mani negli anni Sessanta da artisti come Joseph Beuys, Vito Acconci, il movimento Fluxus - pone alcune domande lecite e doverose. L’arte contemporanea può investirsi di un ruolo etico e ideologico solitamente baluardo della politica e dell’impegno sociale? E’ un’esigenza partorita dalla crisi dei valori, dal vuoto di contenuti nella cultura o si sta avviando un fenomeno di moda, una stagione artistica del “politically correct” destinata poi ad esaurirsi come tutte le mode? Il confine tra l’arte tout court e un’arte di pura denuncia è spesso confuso. Il rischio rimane quello di creare opere troppo esplicite nei loro contenuti e nelle loro dichiarazioni da divenire omologhi dei reportage televisi o fotografici.
In questo caso l’arte coinciderebbe con la pura informazione. Se invece l’arte mantiene nell’impegno etico e sociale quella dimensione peculiare del fare artistico che esprime la dimensione del reale attraverso le sue figure significanti (come, ad esempio, il simbolo) – conservando l’aura di poesia e di spiritualità tipiche dell’arte -, non si verificherebbero sovrapposizioni e confusioni nei diversi contesti.
Rispetto all’estero l’Italia è ancora ai margini di questa tendenza, anche se sempre più giovani sposano le cause dell’arte “engagé”. Le opere di Botto & Bruno sono l’esempio riuscito di come la denuncia si coniughi a meraviglia con la poesia dell’arte.
A Sculpture Work in Progress
Le etichette di "a sculpture work in progress" si propone di servire come una metafora del viaggio, in grado di registrare memorie del tempo e del luogo per rivelare il senso inespresso dell'identità collettiva.
L'installazione si basa su convenzioni e la familiarità di capi di abbigliamento di comunicare e di scoprire un maggior senso di sé.
Guardare l'etichetta, diventa qui, una valida sfida geografica-psicologica. Il visualizzatore di interpretazione smentisce la sua personale nozioni circa la provenienza geografica, il tempo e la memoria. Questo progetto mira a favorire la comunicazione e la comprensione culturale in senso più ampio.