


Ho pensato molto al mondo in cui si immergono le ricamatrici durante i lunghi silenzi nei tempi in cui un ricamo si costruisce e mi sono immaginata silenzi simili a quelli della pittura, per cui attraverso il colore si compone l’immagine…
Costruire.
È stato il processo costruttivo che mi ha affascinata. Lungo, paziente, dove gli errori spesso costringono a disfare ore di lavoro per poi ricominciare… e lentamente appare una forma un frammento alla volta, punto per punto… in cui non è mai possibile vedere il lavoro per intero durante l’evoluzione, ché tutto deve essere accolto fra le mani a un palmo dagli occhi.
Caratteristiche che richiedono cura e attenzione…
Ma l’uso dell’ago mi ha condotto anche a figurarmi il gesto del rammendo, segno coraggioso della conservazione, del coprire una lesione, del preservare un ricordo o del mascherare con una forma apparente.
…Perché il ricamo presuppone una trasformazione: dell’oggetto, della persona che ricama, della persona che si de-costruisce.
Il ricamo è femmineo.
Spiega il processo della natura femminile senza proferire parola.
Come una Penelope la donna si de-compone le proprie aspettative, il proprio corpo, il senso dell’esistenza secondo la propria volontà, seguendo schemi e regole da lei dettate.
Sono questi i contenuti che mi hanno condotta a trattare il ricamo, non come una tecnica, ma come una dimostrazione dai forti contenuti esistenziali.
L’ago penetra la stoffa, ma anche la carne.
In un rimando di immagini contornate dal filo, ho cercato di “ricamare” me stessa e altre donne a me care, per sintetizzare un lavoro eternamente in corso d’opera.
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Tutto il mio lavoro pittorico è indirizzato verso temi e riflessioni esistenziali, passando dalla consapevolezza del proprio corpo attraverso i ritratti di volti o corpi spesso deformati dall’obiettivo fotografico o dai colori irreali, con la violenza generatrice della confusione interiore derivante dalla definizione consapevole della propria identità. Questo è l’inizio nella serie di dipinti intitolata DIFFERENZA E IDENTITÀ.
Da un processo tutto esteriore che usava il corpo come involucro di un animo confuso e disadattato , il passo all’interno è stato consequenziale; in NARRAZIONI IMPOSSIBILI, l’attenzione verte soprattutto nella presa di coscienza del proprio mondo onirico sviluppatosi dall’incontro tra memoria vissuta e memorie sognate. Di nuovo un intimo percorso che si infila dentro l’osservatore spiato nei propri sogni notturni, i quali non possono essere condivisi con nessuno, perché vissuti unicamente come spettatori esclusivi.
Le figure di donne danno la condizione di passaggio tra il sonno e la veglia mentre le scatole ne diventano i contenitori delle nostre immagini riflesse, oggetti che ci rimandano al passato oppure misteriosi personaggi che emergono dai sogni..
E sono proprio gli oggetti provenienti dal passato, che sono serviti da base per la formazione della consapevolezza esistenziale, da cui parte la mia nuova serie di dipinti PLAY. Giocattoli prefabbricati e usati oppure inventati, costruiti appositamente per le esigenze creative del momento.
Il gioco diventa protagonista, ma non ha intenzioni ludiche, è solo la prova di un passato documentabile attraverso oggetti o fotografie a volte artefatte da non poter esprimere obiettivamente la realtà passata.
Ancora una volta l’immagine scaturita dai sogni si sovrappone a quella del ricordo creando una visuale non visibile.
Ilaria Margutti









