
"È difficile notare quello che vedi tutti i giorni."
... Il mondo reale è pieno di solitudine esistenziale. Io non so cosa stai pensando o che cos’è che hai dentro, e tu non sai che cos’ho dentro io. Nella letteratura penso che in un certo senso riusciamo a saltare oltre questo muro. Ma questo è solo un primo livello, perché l’idea dell’intimità mentale o emotiva con un personaggio è un’illusione, un meccanismo creato dallo scrittore attraverso la sua arte. C’è anche un altro livello su cui un testo letterario diventa una conversazione. Fra il lettore e lo scrittore si instaura un rapporto che è molto strano, complicato e difficile da descrivere. Un ottimo brano di letteratura non è detto che mi catturi completamente e mi faccia dimenticare che sono seduto in poltrona. C’è della narrativa commerciale che è perfettamente in grado di riuscirci; una trama avvincente è perfettamente in grado di riuscirci: ma non mi fa sentire meno solo.
Invece c’è una specie di: "A-ha! Qualcuno almeno per un attimo la pensa come me, o vede una cosa nel modo in cui la vedo io". Non capita sempre. Sono brevi flash, fiammate, ma ogni tanto mi capitano. E non mi sento più solo, a livello intellettuale, emotivo, spirituale. La letteratura e la poesia riescono a farmi sentire umano, a eliminare quel senso di solitudine, a mettermi profondamente e significativamente in comunicazione con un’altra coscienza, in una maniera del tutto diversa da quanto riescano a fare altre forme d’arte...
... Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive. Non sto dicendo che riesco costantemente a rimanere fedele a questi principi quando scrivo, ma mi sembra che la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconda nello scopo da cui è mosso il cuore di quell’arte, nei fini che si è proposta la coscienza che sta dietro il testo. Ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece che quella che vuole soltanto essere amata. Magari questa è una cosa che non fa molto fico dire, non lo so. Ma mi sembra una delle cose in cui riescono gli scrittori davvero grandi – da Carver a Cechov a Flannery O’Connor al Tolstoj della Morte di Ivan Il’ic al Pynchon dell’Arcobaleno della gravità – sia "dare" qualcosa al lettore. Quando il lettore si allontana dalla vera opera d’arte pesa di più di quando ci si è avvicinato. È più ricco. Tutta l’attenzione e l’impegno e lo sforzo che come scrittore richiedi al lettore non possono essere a tuo vantaggio, devono essere a suo vantaggio. Quello che è velenoso e deleterio, nell’ambiente culturale di oggi, è che rende tutto questo tanto spaventoso da dissuaderci a farlo. Un’opera davvero grande nasce probabilmente da una volontà di svelarci, di aprirci a livello spirituale ed emotivo in un modo che rischia di farci provare davvero qualcosa nel farlo. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore.
"Succedono cose davvero terribili. L'esistenza e la vita spezzano continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili."
grazie Mister David Foster Wallace
non poterLa più leggere è "Una cosa divertente che non farò mai più"
DFW
Ulteriori considerazioni a freddo sul 'lutto' del 12-09-08:
può un libro farti male (in senso spirituale, e morale, ovviamente)?
Risposta: (Alla luce della mia esperienza personale ) si.
Si corrono quindi rischi a leggere un libro? Ad appassionarsi a uno scrittore? Ad ammirarlo a tal punto da considerarlo come punto di riferimento? A farne una sorta di 'idolo' con tutto quello che questa parola significa?
Risposta: (sempre alla luce della mia esperienza personale ) si
la singolare reazione in questi giorni è stata la repulsione, il rigetto verso qualsiasi tipo, o genere di libro (non toccherò più un libro in vita mia, pensavo ieri) e soprattutto verso tutti i libri di DFW che avevo in casa, e che mi sono sorpreso a guardare con paura, e nausea.
Perchè?
Perchè con DFW mi sono fatto male, molto male. Mi sono sentito ferito, tradito, abbandonato da quel gesto (ma se da qualcuno ti senti tradito e ferito, questo qualcuno ti deve qualcosa? Aveva delle responsabilità verso di te? Ma le persone che hanno responsabilità verso di te sono gli amici, i familiari: ciò significa aver considerato DFW come un amico o un familiare. È un'esagerazione? È patetico?alla luce di ciò che provo, e di ciò che ho letto nei vari post di altri ammiratori la risposta (a questa ultima domanda) è: no)).
Che DFW fosse in grado di far passare anche il lato umano (in modo pregnante e consistente), e che fosse talmente bravo da riuscire a descrivere qualsiasi sfaccettatura e sfumatura emotivo-esistenziale al punto da provare la strana ma REALE e PERSISTENTE sensazione di conoscerlo di persona è cosa nota.
Certo ora dopo il 'lutto', alcune pagine iniziano ad assumere forme sinistre alla luce della molto versosimile depressione della quale soffriva DFW probabilmente da lunghissimo tempo, quali l'agghiaciante e terrificante ritratto di alcune esperienze sullo 'Zenith' (“una cosa divertente che non farò mai più”, minimumfax), oppure la spaventosa (e in un certo qual modo probabilmente esasperata dallo stato d'animo sofferente dell'autore) descrizione delle sensazioni di ripulsa nei confronti di tutto ciò facesse parte dell'arredo, della struttura estetica degli “Holiday inn” (e di altre catene di motel simili), alla quale un tecnico del suono, con il quale DFW provò a condividire le proprie sensazioni (è tutto riportato in “Forza, Simba”, (“Considera, l'aragosta”, Einaudi)) rispose semplicemente con un laconico e pratico: “basta non pensarci”. Ecco appunto. Probabilmente DFW era semplicemente non in grado di non-pensarci.
Quindi occhio non solo alle altre svariate forma di dipendenza, occhio anche ai libri, perchè ci si può far male, soprattutto quando si è autore-dipendenti di un autore fantastico come DFW, talmente capace da far apparire tutti gli altri autori degli scolaretti alle prime armi, che era in grado di fare qualsiasi cosa con le parole, anche cambiarti la vita.
e quindi per quel che mi riguarda ho capito la lezione: d'ora in poi ci andrò più cauto. Solo autori già deceduti. Perchè altre “sbornie” me le ero già prese: il trasporto entusiasmante per Dostoevskij con D&C prima e con tutti gli altri poi, e l'ammirazione sfrenata per quel talento fenomenale, profondo, illuminante e anticonformista che era Bukowski in tutte le sue forme, e ancora con Hemingway per la grandezza della sua vita e soprattutto del suo stile impeccabile, e poi (soprattutto) con la capacità, l'umanità e il genio assoluto di Cèline, e ancora London, Maupassant, Fante, ma anche Saroyan con la sua saggezza...ma nulla di paragonabile alla dipendenza totalizzante, per DFW (da due anni non leggevo altro...).
Perchè come ha brillantemente sintetizzato un altro ammiratore-di-DFW in un post: “lo sapevo che sarebbe finita così! Era troppo bello per essere vero.”, perchè il caso voleva che DFW fosse ancora vivo e vegeto, in piena forma, e avesse solo 46 anni (45 quando lo lessi per la prima volta), ed era strordinariamente e INCREDIBILMENTE umano, e umile, e responsabile, e buono (sì, buono, ci sono decine di testimonianza pre-'lutto' che confermano il fatto che DFW fosse veramente una persona buona) e allo stesso tempo coraggioso e (a parte qualche piccola e comprensibile 'bizzarria', (tipo la “semi-agorafobia” descritta (sempre in UCDCNFMP))) pieno di vita (e quindi quel gesto incomprensibile, violento, stride ancora di più in modo insopportabile se rapportato a una persona quale era DFW) o almeno così pareva dalle foto e dai video che riuscivo a pescare in rete. chissà quanta altra roba avrebbe potuto tirar fuori. Mi sorprendevo a immaginare come sarebbe invecchiato: forse sarebbe diventato, tra venti o trent'anni “l'uomo con gli occhi di diamante, la barba lanosa e le rughe di cemento” di cui Bukowski sentiva la mancanza in quest'epoca. Forse sarebbe potuto essere ma sicuramente non sarà più. Perchè DFW ora rimarrà per sempre quell'incredibile ragazzone del midwest, uno 'stramaledetto' cazzo di genio, con il viso paffuto, lo sguardo vigile, i capelli lunghi e lisci arraffazzonati alla bell'e meglio sotto quella fantastica bandana, che ciondola solitario in una stradina di New York nei pressi di casa sua, giostrando una sigaretta e pensando a chi affidare i due cani che si è preso la briga di accudire, e se loro sentiranno la sua mancanza, e se è giusto farlo, e se una persona responsabile lo farebbe, e rivolgendosi le altre mille incredibili domande che solo DFW poteva rivolgersi, quando in una notte umida e fredda del Gennaio del 2000 decise di intraprendere l'esperienza di inviato di 'RS' e partire quindi alla volta della Carolina per seguire, per una settimana, la campagna elettorale dell'anticandidato John McCain, e descrivere quindi tale esperienza (in “Forza, Simba!”) come-solo-DFW-era-in-grado-di-descrivere-un-esperienza: “à la DFW”. Ciao caro vecchio David.
DFW 02
Ti ringrazio hankfan per la tua sottile riflessione. Condivido il tuo pensiero e non credo che ci si affezioni o ci si leghi a qualcuno per caso.
Credo che la letteratura e la poesia siano la storia delle infinite sfaccettature del genere umano e della sua piccolezza rispetto all'infinità dello spazio tempo.
E all'improvviso capita qualcuno che arriva a percepire l'intimo sussurro dell'esistenza di questo mondo. E lo fa raccontando l'abisso della solitudine umana nelle cose in cui vogliono farci credere che c'è la felicità. Lo fa raccontando delle illusioni che generano i viaggi in crociera ai caraibi, come nel sogno delle merci.
Credo che DFW fosse una persona prima che uno scrittore ad avere una sensibilità ad elevata amplificazione in contesto e un periodo storico difficile. Aveva una terribile paur della morte. La morte era per lui l'oceano immenso dove non si sà più dove aggrapparsi. E in quello oceano spero che abbia trovato la sua quiete.
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